venerdì 15 marzo 2013

La rivoluzione pilotata


 
Testo di Paolo D’Arpini




Quando si “prepara” una rivoluzione significa che si sta lavorando per un sistema. Preparare, preoccuparsi, predisporre… il prefisso dice chiaro qual è l’intendimento: “si lavora in funzione di...”.
Quindi non è ribellione, non è rivoluzione, insomma per intenderci non è la stessa cosa della presa della Bastiglia in cui una massa di facinorosi - padri, madri, figli - attaccano ciecamente la roccaccia del potere ove sono incarcerati i loro cari - i debitori, i poveracci, i ladruncoli per fame, le vittime del sistema - la espugnano con la forza della disperazione e liberano tutti i detenuti. Qui non si pensa, non si pondera, non si fanno programmi, semplicemente si pareggia il conto e si risolve il problema contingente.
Se la “rivolta” è cogitata e perseguita con fini ragionati significa che questa è un’operazione del sistema, significa che l’opera è condotta e guidata da tecnici, da teorici di un meccanismo “aggiustativo”, l’intento è il mantenimento della sperequazione sociale utile al dominio piramidale. Insomma è una rivoluzione di masanielli che contribuiscono al mantenimento del potere di pochi su molti. 


Non importa che i pochi apparenti non abbiano più le facce di prima, la muta dei volti noti con volti sconosciuti è una bella tattica per illudere le masse, quel che conta è la perpetuazione del metodo…
E quando la crisi è pilotata da un potete finanziario ed economico mondiale ogni cambiamento è funzionale all’incremento di quello stesso potere, cioè all’ulteriore asservimento delle masse.
Oggi per ottenere questo bel risultato prima si impigrisce il popolo assuefacendolo al consumismo ed ai vizietti finto-trasgressivi, poi vengono dati targets da raggiungere per consentire la permanenza nei “comforts” (bisogni indotti), poi si creano cuscinetti e spazi di compensazione meritocratica (i managers strapagati, i dirigenti, gli amministratori), poi si producono volutamente falle che lasciano a secco alcuni strati della società, poi si impedisce che la libera iniziativa possa trovare forme di sopravvivenza autonoma, poi si incute nella popolazione il mito di una “equità sociale” che prende il nome di “sacrifici per la democrazia” (ovvero pagare più tasse e indebitarsi sempre più), poi si creano forze politiche “alternative” con lo scopo di assorbire i malumori e stemperare la voglia di ribellione diretta… 
E qui incontriamo il M5S, i pentacolari grilli e casaleggi che si “preoccupano” di offrire “giustizia sociale” ed hanno pronto in mano un bel pacchetto di opzioni per il miglioramento della società… Di quale società? Magari quella stessa che ci ha condotto sin qui..?
Però un neo, una pecca evidente, una voglia di nascita, un naso lungo o delle gambe troppo corte, insomma un segnale della “bugia” appare alla vista acuta di chi non si fa imbrogliare dallo stridio imbonitorio.
Beppe Grillo: “Amo il modello del Buon selvaggio di Jean Jacques Rousseau e della decrescita felice di Serge Latouche...”
Intervistatore: “Allora le bistecche, l’accumulo di ricchezze, il SUV?”
Beppe Grillo: “Beh, nessuno è perfetto!”
Come dire: “Fate quel che dico ma non seguite quel che faccio”.
Grillo salvatore della patria o salvatore del sistema?


Paolo D’Arpini

Nessun commento:

Posta un commento