mercoledì 3 maggio 2017

Gli scafisti pagano le navi ONG, ma chi paga gli scafisti?


Fonte: Il Giornale

"Mi avvalgo della facoltà di non rispondere". Sembrano queste le parole usate da tre Ong per respingere la convocazione della Commissione Difesa del Senato, che ha indetto audizioni speciali per ottenere delucidazioni in merito alle domande poste in questi giorni dalla politica, dai media e dal pm di Catania, Carmelo Zuccaro: "Ci sono contatti tra Ong e scafisti?"; "Come ottengono i fondi le associazioni?"; e ancora: "Cosa le spinge a investire tanto denaro nelle opere si salvataggio?". Tra le nove organizzazioni non governative attive nel Mediterraneo, tre di loro hanno deciso di disertare l'invito del Parlamento e mantenere un velo di sospetto sulle loro attività. Si tratta di Jugend Rettet, Sea Watch e Sea Eye. Tutte tedesche, tutte di piccole dimensioni e con molti interrogativi per quanto riguarda i finanziamenti con cui riescono a gestire operazioni in mare da migliaia di euro al giorno.



Jugend Rettet ha sede a Berlino e a fondarla è stato un gruppo di ragazzi che per 100mila euro ha comprato il peschereccio Iuventa. Ogni missione in mare realizzata sotto un vessillo olandese costa circa 40 mila euro al mese e viene finanziata con donazioni private. La loro raccolta fondi funziona bene, visto che da ottobre 2016 ad oggi sulla piattaforma betterplace.org risulta abbiano hanno racimolato 166.232 euro. Online si trova il report annuale del 2015, in cui però vengono dichiarati appena 21.650 euro di entrate e 3.648,93 di uscite. Troppi pochi per giustificare attività SAR in mezzo al Mediterraneo.




La seconda Ong "ribelle" è Sea Eye. Fondata nell'autunno del 2015 da Michael Buschheuer insieme ad un gruppo di familiari e amici, ha sede legale a Regensburg, in Germania, e sul sito sostengono gli bastino 1.000 euro per pagare un’intera giornata alla ricerca di clandestini. "L’organizzazione - si legge sul sito - ha comprato due navi, la Sea-Eye e la Seefuchs – due vecchi pescherecci lunghi 26 metri- e le ha equipaggiate per le missioni di soccorso in mare". Da aprile è attiva anche l'imbarcazione Seefuchs, un tempo utilizzata per il turismo e ora come traghetto per immigrati. A completare il parco navi c'è Speedy, un piccolo gommone per il primo approccio ai barconi. O meglio, c'era: il 9 settembre del 2016, infatti, Speedy è stato catturato dalla Guardia Costiera libica per aver oltrepassato la linea delle acque territoriali di Tripoli. Online dichiarano di aver già ricevuto 11.979 euro di donazioni, il 48% dell'obiettivo fissato a 25mila.




Sea Watch, invece, nasce nel 2014 quando Harald Höppner e altri quattro imprenditori tedeschi investono circa 70.000€ nell’acquisto di un vecchio peschereccio olandese. Oggi l'Ong può contare su due unità navali (Sea Watch 1, battente bandiera olandese; e Sea Watch 2, con vessillo neozelandese), e a breve dovrebbe essere operativo il Sea Watch Air, un piccolo aereo con cui i nostri dovrebbero riuscire ad ampliare la loro area di salvataggio. Tra i partner compare Watch the Med, un portale telefonico con lo scopo di aiutare chi salpa sui barconi e vuole raggiungere l'Europa. Tra i fondatori la onlus Habeshia di padre Mussie Zerai, un parroco eritreo che si crede Mosé e ha più volte confermato di aver aiutato i migranti ad approdare in Italia. Sui conti di Sea Watch permane tutt'ora una densa nube di mistero. I rappresentanti rifiutarono già ad aprile l'invito della Camera dei Deputati a presentarsi di fronte alla commissione parlamentare. In una lettera spiegarono le loro motivazioni, sostenendo di non aver ricevuto la convocazione all'ufficio giusto e di non aver ottenuto spiegazioni sul "contenuto e la finalità dell'evento". Non certo il tipo di risposta che ci si attende da chi non ha nulla da nascondere.


[N.d.R. Ringrazio Francesco Spizzirri per la segnalazione]

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